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Il Bronzo e la Parola. Mastroianni, D'Annunzio e Quasimodo
  • QUANDO:
    dal 28 maggio al 11 settembre
    Dalle ore 09,00 alle ore 19,00
  • DOVE:
    Vittoriale degli Italiani
    Gardone Riviera

Una mostra dai molteplici linguaggi, un inedito dialogo tra materia e poesia attraverso le opere di tre giganti del Novecento, inaugurata durante l’evento del Vittoriale degli Italiani del 12 marzo, “Forme uniche di continuità nel tempo”.Per l’occasione, sabato 12 marzo l’ingresso al Parco della dimora dannunziana sarà gratuito.Le grandi sculture bronzee di Umberto Mastroianni trovano nuova voce nei versi di due dei massimi poeti del XX secolo. Esposti eccezionalmente anche “Forme uniche della continuità nello spazio” di Umberto Boccioni e lo straordinario bozzetto del gruppo scultoreo di Francesco Messina “Prima Quadriga” conservato dall’artista fino quasi alla sua morte nella residenza estiva di Gardone.

Un inedito dialogo tra scultura e parola, tra materia e poesia, in una mostra di forte potenza visiva ed evocativa che ruota attorno a tre giganti della cultura italiana del Novecento: Mastroianni, d’Annunzio e Quasimodo.

Sembra quasi un’antitesi: la materia pesante e silente e la duttilità e il suono delle parole.

Eppure le 11 grandi sculture bronzee dal Maestro di Fontana Liri (Frosinone) esposte in questa occasione - a partire da due busti del ‘39 ancora legati alle forme classiche e a Uomo del 1942 che apre al linguaggio astratto, passando per l’energica e dirompente Furia selvaggia del 1975, fino ai capolavori degli anni ottanta come Macchina sacrale (1988/1989), un bronzo di 220 cm di altezza, ultima delle sue opere monumentali – trovano echi, significati e rimandi nelle poesie selezionate di due tra i più grandi letterati del XX secolo.

Curata da Marco Di Capua e Paola Molinengo Costa.

Si sa che nell’eclettismo collezionistico di d’Annunzio (1863 -1938), la scultura occupa un posto privilegiato e che la poesia del Vate inevitabilmente ha riflessi e influenze sulla produzione figurativa del tempo, così come sappiamo che classicità e modernità s’intrecciano nell’opera di Umberto Mastroianni, che vive con passione la lezione futurista, in particolare quella di Umberto Boccioni, ma che riesce a evolversi in linguaggi nuovi e originali portando per primo l’astrattismo nella scultura italiana e superando l’amara sentenza emanata da Arturo Martini nel 1945 “scultura lingua morta”. 

Non è un caso che accanto alle sculture di Mastroianni si sia scelto di esporre in mostra - eccezionale presenza - anche una delle opere chiave dell’artista futurista prematuramente scomparso: Forme uniche della continuità nello spazio, una fusione in bronzo tratta dal calco di un importante esemplare della scultura, fuso a sua volta usando il gesso di Boccioni del 1913.

A Boccioni - che già aveva polemizzato con le ingenui forme del suo tempo, ricercando con forza visionaria il movimento come “energia latente nella materia” - Mastroianni si riallaccia, come ha osservato Calvesi, “ma liberandosi del tutto dai residui comunque programmatici del dinamismo futurista e guadagnando altri territori alla sua immaginazione del “caos” genetico e creativo”.

Accanto alle poesie di d’Annunzio – come “La donna del Mare”, “Notturnino” “Alba d’estate“ - sono anche i versi di Salvatore Quasimodo (1901 – 1968) ad accompagnare le opere esposte; e sono evidenti le affinità dei temi intorno all’uomo, al dolore della guerra, al rapporto con l’industrializzazione moderna e le macchine del futuro.

L’Eroe di Mastroianni, monumentale scultura del 1983, rinnova la sua straordinaria forza espressiva attraverso i versi di “Thanatos Athanatos” che il poeta di Modica scrisse tra il ’46 e il ’49: “E dovremo dunque negarti, Dio dei tumori, Dio del fiore vivo, e cominciare con un no all’oscura pietra «io sono», e consentire alla morte e su ogni tomba scrivere la sola nostra certezza: «thànatos athànatos»? Senza un nome che ricordi i sogni le lacrime i furori di quest’uomo sconfitto da domande ancora aperte?...”

Mentre l’eterna “Ed è subito sera” ci richiama al dolore della solitudine cui l’uomo moderno è destinato, lo stesso che il grande scultore protagonista dell’esposizione fa rivivere nel lacerante coacervo materico di Ferita del 1988.

Nel 1958 Mastroianni vince il Gran Premio Internazionale della Scultura alla XIX Biennale d’Arte di Venezia. L’anno seguente Quasimodo riceve il premio Nobel «per la sua poetica lirica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze della vita dei nostri tempi». 

Una classicità che connota il percorso artistico di uno altro tra i più grandi scultori del Novecento italiano, Francesco Messina (1900 – 1995), amico di Quasimodo fin dalle prime frequentazioni degli ambienti artistici e intellettuali italiani negli anni Venti, che insieme a Boccioni è l’altro “ospite illustre” di questo omaggio a Umberto Mastroianni al Vittoriale e dell’intenso dialogo tra l’opera bronzea e la poesia, ispirato dalla figura dell’artefice di questo luogo unico.

Di Messina, che non abbandonerà mai la figurazione, è esposto in mostra un assoluto unicum legato alla figura del cavallo, tra i suoi soggetti preferiti: il bozzetto originale – gelosamente conservato dall’artista, fino a poco tempo prima della sua scomparsa, nella sua residenza estiva di Gardone – di Prima Quadriga (Quadriga con coda lunga) del 1941, maestoso gruppo scultoreo che l’artista catanese aveva progettato per il prospetto del Palazzo dei Congressi all’EUR, mai realizzato a causa della guerra.

Quasimodo scriverà di Umberto Mastroianni - in occasione del volume edito insieme a doppia firma Quasimodo/Mastroianni negli anni Cinquanta - “Nello scultore laziale i momenti negativi e positivi dell’idealismo sono già fusi all’inizio; non si tratta per lui di procedere nell’esclamazione, enfatica, retorica, o nel metallico disumanizzato della macchina per risolvere il binomio romantico-classico. Di classico in Mastroianni c’è la fiducia nella formazione della materia per intervento dello spirito. Di romantico, l’identica misura di “tempesta” che afferma la mente come emozione, l’uomo come anima, nella fase della creazione”

Che gli artisti, come Mastroianni, siano capaci di captare il senso autonomamente vitale e libero della forma o che, come Messina, rimangano fedeli al volto e al corpo, vale ciò che Jean Cocteau riservò all’opera di quest’ultimo: “L’arte è una vibrazione immobile”.
Un’espressione perfetta per definire il mondo della scultura italiana consegnataci da un poeta, mettendo ancora una volta in evidenza il nesso indissolubile, il patto stabilitosi tra il silenzio dell’arte e quella parola che ogni volta le ridà vita.

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