Ore 18.00
Da un'idea di Gianluigi Goi
Voci narranti: Daniele Squassina, Aldo La Gala
Fotografie: Pier Scuri
Chitarra: Alessandro Bono, Romina Brendan
Chitarra e regia: Maurizio Lovisetti
Alla fine del 1965 il Giornale di Brescia pubblicava, postume, alcune “Lettere dal roccolo” scritte dal gavardese Eugenio Bertuetti (1895 – 1964).
Si tratta di brevi e deliziose descrizioni di alcune giornate trascorse “in un roccolo in mezzo ai monti del Bresciano, fra prati e boschi di castagni”, in “un luogo selvatico, fuori dall’umano consorzio, dove le piante ignorassero il blocco di Berlino e i suoi pericoli, dove gli uccelli cantassero sì, ma non canzoni politiche”.
Ma sappiamo che cos’è un roccolo? si chiedeva già allora l’autore. Più che altro, per sentito dire: che “è un insieme di trappole, di pànie, di minuti inganni per prendere vivi gli uccelli di passo”; e magari “che Machiavelli ci si divertiva quand’era stufo di Principi e di Repubbliche, di guerre e di fazioni”. Ma la nostra conoscenza, salvo rare eccezioni, non va oltre.
Lo scrittore gavardese ha così voluto trasmetterci, le esperienze vissute in quel “roccolo
in mezzo ai monti del Bresciano”, dove i protagonisti sono la natura, gli animali, i boschi, i monti, il silenzio, la solitudine. E un’antica pratica venatoria, nata per integrare la dieta povera di carni o, al contrario per soddisfare il gusto di qualche goloso benestante. Pratica ormai in disuso, e anzi proibita salvo rare eccezioni, spesso trasformate in attrazioni turistiche.
Insomma, come già osservava Bertuetti, ormai da noi “di roccoli non ce n’è, dico per uccellare gli uccelli, ché in quanto a roccoli per uccellare la gente tutto il mondo è paese”.